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Che meraviglia il cambiamento!

Narrazione di un percorso di psicoterapia.

Ho deciso di andare in terapia una sera di primavera.

Ero lì tra me e i miei pensieri e guardavo piovere affacciata alla finestra.

Pioveva fuori ma anche dentro di me, io però non lo sapevo, o almeno non ne ero pienamente cosciente.

Tutto ciò che riuscivo ad avvertire era quell’imminente senso di catastrofe che stava per abbattersi su di me e mi sentivo senza armi per combattere quella guerra.

Ho iniziato ad andare in terapia perché avevo attacchi di panico prima degli esami universitari.

Io, che ero sempre stata una studentessa modello, non riuscivo proprio a mettermi seduta su quella sedia per cominciare a parlare.

Il problema mi sembrava insormontabile, non riuscivo a respirare, avevo la tachicardia, il mio cervello mi diceva di scappare, che non sarei mai stata in grado!

Anzi se scappi ti salvi, se resti muori!

Sei anni fa non lo sapevo ancora che il problema non erano gli attacchi di panico, quelli erano solo il mezzo attraverso il quale il mio corpo cercava di comunicarmi qualcosa, questo però l’ho capito solo oggi e credo sia importante in questa storia partire dal principio.

Il primo scoglio da superare, a 21 anni nel 2016, per poter accedere alla psicoterapia era sicuramente ammettere di avere un problema.

E non è mica così facile come sembra! Accorgersi che c’è qualcosa che non va presuppone un lavoro enorme, vuol dire guardarsi allo specchio e dirsi “hei, lo vedo che ci stai provando ma vedo anche che da sola non ci riesci più! Lasciati aiutare”.

Lasciati aiutare… a volte ci ostiniamo così tanto a voler fare tutto da soli o siamo talmente abituati a non contare sugli altri che chiedere aiuto, ammettere un proprio limite, sembra davvero spaventoso.

Implica il fidarsi di qualcuno, lasciarsi guidare, e non è proprio da tutti!

Capire che c’è qualcosa che non va significa dirsi che c’è qualcosa su cui lavorare, c’è un margine di miglioramento che va indagato per stare meglio.

Quando tutto sembra nero, quando piove, quando non riesci più a fare quello che hai sempre fatto splendidamente, non hai più niente da perdere nel confronto con te stessa e allora decidi di buttarti.

Me lo ricordo ancora il messaggio che mandai a mia madre, sono sempre stata in casa quella malinconica, quella che non sapeva gestire le emozioni, quella da proteggere, quella debole… o almeno questo era quello di cui ero convinta, forse perché era più semplice dare retta a quello che dicevano gli altri di me piuttosto che capire davvero chi fossi e cercare di spiegarglielo.

Nella mia famiglia la figura dello psicologo non è mai stata compresa appieno, nonostante entrambi i miei genitori ne avessero avuto un piccolo assaggio.

Mia madre, che soffriva spesso di depressione, ha provato a seguire un percorso che ha poi prontamente mollato dando come motivazione ufficiale quella dell’insostenibilità economica.

Mio padre, che non ha mai creduto che lo psicologo potesse davvero servire a qualcosa, dava prontamente la colpa alla terapia di mamma in quel brevissimo momento in cui lei ha cercato di ribellarsi al modello di vita che aveva sempre interpretato.

Anche lui però si è fatto aiutare quando gli attacchi di panico erano insormontabili.

È durata poco, per entrambi e forse ora ho capito perché. Spoiler: no, non è per i soldi e non è nemmeno perché non ne avevano bisogno (come magari si raccontavano tra sé e sé).

Avevano smesso entrambi perché rimanere impantanati in quella vita mediocre, faticosa e a volte anche infelice era pur sempre rassicurante.

Se le cose vanno male per qualche motivo, si può sempre dare la colpa a qualcosa o a qualcuno, dire che magari è colpa della sfortuna, che essendo successe cose brutte tutto sommato quello era il meglio che potevano fare. E quel meglio a loro bastava.

Bastava per svegliarsi la mattina, affrontare la giornata di lavoro, preparare la cena e andare a dormire per ricominciare l’indomani con la stessa quotidianità, le stesse paure, le stesse incertezze e la sicurezza che così fosse la vita.

È un po’ come quando ci diciamo “io sono fatto così”, è rassicurante, è un punto saldo.

Il cambiamento è figlio di un salto nel vuoto, nell’ignoto di ciò che potrà essere e di ciò che forse non sarà.

Ci vuole una certa dose di coraggio per guardarsi dentro e dirsi “forse così non vado bene”, “forse potrei cambiare”, “forse potrei comportarmi in maniera diversa”, questo implica il fallimento.

Ciò che siamo stati fino ad oggi non va più bene per noi, forse andava bene fino a ieri, ma oggi proprio no.

Io ho deciso di farlo quel salto nel vuoto, ho deciso che era arrivato il momento di cominciare quel viaggio alla scoperta di me, anche se non sarebbe stato facile, anche se non sarebbe stato comodo.

Comodo ne per me e ne per gli altri ovviamente.

Il primo incontro lo ricordo ancora, “che succede?”… “non ne ho la più pallida idea di quello che mi succeda!

So solo che dopo un’ora avevo riversato fuori tutto quello che da tempo ormai mi tenevo dentro e pensate un pò, sorpresa sorpresa! Gli esami non c’entravano proprio un bel niente! Avevo perso una delle persone più importanti della mia vita e non mi ero data la possibilità di viverlo quel dolore.

Così come non mi ero data la possibilità di vivere la paura quando quel giorno di novembre dello stesso anno mia madre venne colpita da un infarto!

Io che mi sono sempre preoccupata così tanto degli altri, non mi sono accorta di me stessa… voi direte come si fa a non accorgersi di se stessi?

È molto più semplice di quanto pensiate, ve lo assicuro.

Ti ci abitui talmente tanto a metterti da parte, per un motivo o per un altro, che poi non sai più sentire quello che pensi, quello che provi.

Sono sicura che questa caotica realtà in cui viviamo oggi, dove tutto è una continua corsa verso il raggiungimento di un obiettivo, non ci permette molte volte di prenderci un momento per noi.

La terapia per me è stata questo, un faro nel buio della notte.

Un momento solo mio, in uno spazio sicuro dove potevo parlare liberamente di tutto quello che volevo e addirittura di quello che NON volevo!

Figuratevi che dopo un po’ ho sentito anche la libertà di poter dire che si, ai miei genitori voglio un bene incredibile, ma caspita quanto sono arrabbiata con loro!

Rivoluzionario, almeno per me!

Cresciuta in una famiglia dove il rispetto è dovuto a prescindere, dove la riconoscenza è cieca.

È straordinario poter pensare che, nonostante tutto, posso essere in disaccordo con mamma e papà, posso non voler riproporre un loro modello di comportamento, posso decidere io da sola chi essere e quando esserlo, io, individuo separato dagli altri.

Finalmente per la prima volta mi sentivo libera.

Ma la vita si sa, è incontrollabile, segue irrimediabilmente il suo corso e ciò che noi possiamo fare è trovare il modo giusto di nuotare in questo mare, senza lasciare che la corrente ci trascini via.

E per un attimo ho rischiato che la corrente mi trascinasse via. L’ho rischiato quando nel 2017 abbiamo scoperto che mia madre, la mia mamma, aveva un cancro al polmone.

Bisogna trovare il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

E l’ho fatto ma è stato un calvario.

Mi ci sono gettata dentro in quel mare di fango. Non mi sono risparmiata, non mi sono tutelata, ma le sono stata vicino.

Certo, ho avuto bisogno di un aiutino, anche se definirlo “ino” non rende bene l’idea della sua importanza.

La terapia mi ha fatto scoprire che nei momenti duri della mia vita io ci sono, per me e per gli altri!

Sono in grado di tirare fuori quella forza che non mi è mai stata riconosciuta, né da me né dagli altri, come dicevo all’inizio io sono stata sempre quella sensibile.

Ma chissà per quale tremenda convinzione culturale sensibile vuol dire essere debole.

Io adesso non trovo attinenza tra i due aggettivi ma per arrivare a questa conclusione mi ci è voluto tanto tempo, ho dovuto scardinare pezzo per pezzo tutte quelle tegole di quei pensieri che non mi appartenevano nemmeno.

Ditemi voi, può una persona debole a 22 anni accompagnare sua madre ad ogni visita medica oncologica, accompagnarla a fare un intervento, accompagnarla a fare la chemioterapia, sentire addosso tutto quel dolore e sopportarlo in silenzio?

Può una persona debole a 22 anni prendersi cura di sua madre come fosse sua figlia?

E nel frattempo cercare di mantenere insieme quel poco di parvenza di vita che sembrava fosse rimasto intorno.

Può una persona debole a 22 anni prendere la mano di sua madre e vederla respirare per l’ultima volta?

Di lì a poco il buio.

La depressione.

La conoscevo già, l’avevo vista in mamma e ne ero sempre stata spaventata. Ma ora era lì per me, era la mia depressione.

Non riuscivo più a provare niente, non provavo piacere nel fare niente, non volevo vedere nessuno, non mangiavo, dormivo poco e male.

Non volevo sentir parlare nemmeno quelle splendide persone che mi erano rimaste costantemente vicino in quel periodo.

Non sopportavo la loro voce, mi sentivo confusa.

Continuavo a fare sempre gli stessi incubi, tutte le notti, un giorno dopo l’altro.

Ho dovuto avere il coraggio di chiedere un ulteriore aiuto, stavolta farmacologico, perché qualcosa nella mia testa si era rotto.

E devo dire che si, mi ha aiutato tanto, ma a niente sarebbe servito se non avessi avuto accanto a me la mia terapeuta.

Che stramaledetta fortuna aver cominciato ad andare in terapia, o forse aspettate… non fortuna.

Che bella scelta andare in terapia.

Non è stato per niente semplice, non è stato neppure facile o veloce.

In alcuni momenti l’ho anche odiata quella terapia.

Ma alla fine ho avuto ragione io a continuare, e ha avuto ragione lei ad insistere. Io da quel disturbo post traumatico da stress ne sono uscita fuori.

Certo ovviamente non in splendida forma, un po’ zoppicante ecco.

Però poi, quando ho scoperto di avere l’endometriosi e quando sono stata ricoverata per più di un mese in ospedale a causa di una trombosi venosa che stava quasi per togliermi la vita, io mi conoscevo.

Io lo sapevo già come funzionavo, sapevo già come avrebbe reagito il mio corpo e la mia mente.

E certo all’inizio non è stato semplice, non è stato automatico, ho dovuto sbatterci la testa contro almeno altre 20 volte.

Ma alla fine eccomi qui, a 27 anni finalmente io.

Nessun altro, solamente io. Cambiata, cresciuta e felice di esserlo.

Che meraviglia il cambiamento, ti da sempre una nuova opportunità e l’unica cosa che posso fare è coglierla. Adesso, per me.

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