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Colesterolo alto? Intanto fai questo

Il colesterolo alto è una condizione di cui preoccuparsi seriamente in quanto, specialmente in chi è più avanti con l’età. Questo può comportare diverse patologie, alcune anche gravi, come l’arteriosclerosi o diverse patologie cardiache. Cambiare stile di vita in uno...

Refezione scolastica ? Si, grazie!

In particolare in età pediatrica errori od eccessi alimentari hanno effetti non solo immediati sull’accrescimento del bambino ma anche sul “programming” endocrino-metabolico dell’individuo, condizionandolo quindi per tutta la vita. Ogni trattamento dietoterapico sarà...

Sale iodato negli alimenti? Si, grazie!

Oltre il 60% di tutto il sale venduto nel nostro Paese è iodato. I bambini di Liguria, Toscana, Marche, Lazio e Sicilia ne assumono a sufficienza con l'alimentazione. In tutte queste Regioni (ad eccezione ancora delle Marche) il gozzo in età scolare può dirsi...

Fegato grasso

Fegato grasso. La steatosi epatica non alcolica (NAFLD) è diventata la malattia epatica più comune tra i bambini con una maggiore prevalenza tra gli obesi. La steatosi epatica non alcolica (NAFLD), un problema emergente di salute pubblica nei paesi ad alto, basso e...

NON È VERO CHE l’ACQUA…

Non è vero che l’acqua debba essere bevuta al di fuori dei pasti. Non è vero che l'acqua... Quando si beve una quantità eccessiva di acqua nel corso del pasto il massimo che può succedere è che, per una diluizione dei succhi gastrici, si allunghino di un poco i tempi...
Colesterolo alto? Intanto fai questo

Colesterolo alto? Intanto fai questo

Il colesterolo alto è una condizione di cui preoccuparsi seriamente in quanto, specialmente in chi è più avanti con l’età.

Questo può comportare diverse patologie, alcune anche gravi, come l’arteriosclerosi o diverse patologie cardiache.
Cambiare stile di vita in uno più sano può aiutare a ridurre il colesterolo.

Di seguito troverete 10 consigli utili per iniziare a tenere sotto controllo il colesterolo

  1. Controllare l’indice di massa corporea (BMI).
    L’operazione è semplice, basta dividere il peso (in kg) per l’altezza (in metri) calcolata al quadrato.Ad esempio un individuo alto 1,75 m. e pesante 80 kg farà questo calcolo: 80 / (1,75×1,75) = 26,1. Un valore compreso tra 18,5 e 24,9 indica che il peso è sano, sotto il 18,5 si è in sottopeso, dal 25 fino a 30 si è in sovrappeso, 30,1-34,9 obesità di primo grado, 35-40 di secondo grado, oltre i 40 è obesità di terzo grado o molto grave.

    Le persone in sovrappeso tendono ad avere più elevati di LDL (colesterolo cattivo) e inferiori di HDL (colesterolo buono).

  2. Sostituire i grassi saturi con gli insaturi.
    Per esempio, usare l’olio extravergine di oliva e l’ olio di mais nella preparazione degli alimenti o su insalate, al posto del burro o delle creme.
  3. Ridurre i grassi transgenici.
    Questi si trovano naturalmente in piccole quantità nei prodotti animali (es. manzo, maiale, agnello, latte, burro), ma possono anche essere utilizzati nei processi produttivi come in dolci o biscotti.Controllare gli ingredienti prima di acquistare dei prodotti al supermercato, evitando di acquistare quelli che contengono grassi transgenici.
  4. Aumentare l’apporto di fibre.
    Mangiare almeno 5 porzioni di frutta e verdura tutti i giorni.
    I legumi (fagioli, piselli e lenticchie) sono ricchi di fibre e una buona fonte di proteine, cercare di includerli nella vostra dieta, almeno 3 volte a settimana.
  5. Essere fisicamente attivi.
    Esercitarsi regolarmente aiuta ad aumentare l’HDL.I medici consigliano almeno 150 minuti di esercizi di moderata intensità a settimana, che equivarrebbero a meno di mezz’ora al giorno o circa un’ora un giorno sì e uno no.
    Questa attività può includere camminare a ritmo sostenuto, fare jogging, nuoto e bicicletta, niente di eccessivamente impegnativo.
  6. Moderarsi con l’alcool.
    Bere alcolici con moderazione (se non del tutto), mantiene giù i livelli di colesterolo ed evita anche problemi di altra natura.L’alcool non è essenziale per la salute, dunque se non ne bevete per nulla continuerete a vivere normalmente.
    Nel caso in cui non ne possiate fare a meno, optare per il vino rosso, che contiene resveratrolo e polifenoli (antiossidanti) che possono aiutare con l’innalzamento dell’HDL se consumato con moderazione.
  7. Praticare metodi di cottura sana.
    Evitare di friggere il cibo, meglio utilizzare o la frittura a secco o altri metodi di cottura come la bollitura, cottura a vapore, alla griglia e al forno.Rimuovere tutti i grassi visibili dalle carni e la pelle dal pollo prima della cottura, le carni magre possono anche rimuovere quel po’ di grasso che gli rimane mentre vengono arrostite o fatte alla griglia.
  8. Consumare del pesce.
    Il pesce fornisce naturalmente i grassi necessari nella dieta settimanale senza correre il rischio di esagerare.Ad esempio, una porzione da 100 g di sardine / salmone / tonno / sgombro / trota / aringhe almeno una volta alla settimana possono sostituire altri cibi contenenti i grassi.
    Inoltre questi contengono grassi polinsaturi (sani) chiamati omega-3, che possono ridurre i trigliceridi (grassi cattivi).
  9. Steroli vegetali.
    Questi sono naturalmente presenti in piccole quantità nella frutta, cereali, noci, semi, ortaggi e oli vegetali.L’assunzione giornaliera raccomandata di steroli vegetali per contribuire a ridurre i livelli di colesterolo è 2 g al giorno, un importo che di solito non si consuma in una dieta normale.
    Alcuni prodotti alimentari sono arricchiti con steroli vegetali e questi possono essere mangiati tutti i giorni.
  10. Ascolta il tuo medico.
    Qualsiasi farmaco deve essere assunto come prescritto e non deve essere interrotto a meno che non sia indicato espressamente dal proprio medico.
Sale iodato negli alimenti? Si, grazie!

Sale iodato negli alimenti? Si, grazie!

Oltre il 60% di tutto il sale venduto nel nostro Paese è iodato.

I bambini di Liguria, Toscana, Marche, Lazio e Sicilia ne assumono a sufficienza con l’alimentazione.

In tutte queste Regioni (ad eccezione ancora delle Marche) il gozzo in età scolare può dirsi praticamente sconfitto (dati dell’Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi in Italia – Osnami).

Migliora lo stato iodico degli italiani

A 12 anni dall’approvazione della legge 55/2005, che di fatto ha introdotto un programma nazionale di iodoprofilassi, lo stato nutrizionale iodico della popolazione italiana è sicuramente migliorato.

Dal 30% del sale iodato venduto nel 2005 si è passati al 60% grazie a tutto un lavoro di informazione scientifica.

Obiettivo finale è l’80-85% raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

E i dati ioduria?

Coerenti con i dati di vendita del sale iodato sono i dati di ioduria in età scolare raccolti negli ultimi due anni, in collaborazione con gli osservatori regionali per la prevenzione del gozzo.

Le indagini condotte su circa 2500 bambini, reclutati tra il 2015 ed il 2016, hanno mostrato valori di ioduria indicativi di iodosufficienza in Liguria, Toscana, Marche e Lazio e di marginale iodosufficienza in Sicilia.

Questo dato è particolarmente incoraggiante se si pensa che fino al 2012 Marche e Lazio risultavano ancora iodocarenti.

In pratica ecco quale deve essere il messaggio:

poco sale ma iodato, per prevenire contemporaneamente le patologie legate all’eccessivo consumo di sale, prime fra tutti le patologie cardiovascolari, e i disordini da carenza iodica.

Conseguenze da carenza di iodio?

La carenza di iodio, se pur lieve, può provocare conseguenze anche gravi soprattutto se l’esposizione a questa carenza si verifica durante la gravidanza e la prima infanzia.

Questo perché lo iodio è il costituente essenziale degli ormoni tiroidei. Questi svolgono un ruolo centrale nello sviluppo del sistema nervoso centrale durante la vita evolutiva e nel controllo dell’equilibrio metabolico durante la vita adulta.

La prevenzione del gozzo endemico e degli altri disordini da carenza iodica si basa, sulla correzione del deficit nutrizionale di iodio, il cui fabbisogno giornaliero è di:

  • 150 µg in età adulta;
  • 250 µg in gravidanza e durante l’allattamento;
  • 90-120 µg nei bambini, necessario per un corretto sviluppo neurocognitivo.

Il sale iodato

Il sale arricchito di iodio ha lo stesso aspetto del sale per uso alimentare e non presenta odori o sapori particolari, né altera quello dei cibi a cui viene aggiunto.

Ogni grammo di sale arricchito di iodio fornisce 30 microgrammi di iodio in aggiunta a quello già fornito con la dieta. Una quantità che, in base alle nostre abitudini alimentari, non supera il 50% del fabbisogno giornaliero.

Tutti possono usare il sale iodato, anche soggetti affetti da patologie tiroidee.

Questo perché in condizioni fisiologiche la tiroide è in grado di tollerare fino a 1mg (1000 µg) di iodio al giorno senza che si verifichino effetti avversi, in quanto l’eccesso di iodio viene escreto con le urine. Le persone con patologie tiroidee su base autoimmune possono tollerare quantità inferiori di iodio.

Nonostante questa minore tolleranza, il rischio di eccesso di iodio è praticamente inesistente in quanto il consumo di sale iodato raramente aggiunge più di 300 µg di iodio alla dieta giornaliera.

NON È VERO CHE l’ACQUA…

NON È VERO CHE l’ACQUA…

Non è vero che l’acqua debba essere bevuta al di fuori dei pasti.

Non è vero che l’acqua… Quando si beve una quantità eccessiva di acqua nel corso del pasto il massimo che può succedere è che, per una diluizione dei succhi gastrici, si allunghino di un poco i tempi della digestione.

Al contrario, l’assunzione di una adeguata quantità d’acqua consumata durante il pasto (che corrisponde a circa 600-700 ml) è utile per migliorare la consistenza e la diluizione degli alimenti ingeriti favorendo così digestione ed assorbimento.

Non è vero che l’acqua faccia ingrassare.

L’acqua non ha calorie, le variazioni di peso che si registrano in seguito all’assunzione o espulsione di acqua sono solo momentanee e ingannevoli.

Non è vero che bere molta acqua provochi maggiore ritenzione idrica.

La ritenzione idrica, quando non dovuta a particolari patologie, dipende dal sale o da altre sostanze contenute negli alimenti, non dall’acqua assunta.

Non è vero che per mantenere la linea si debbano prediligere le acque oligominerali rispetto alle acque maggiormente mineralizzate.

I sali contenuti nell’acqua e l’acqua stessa, al contrario, favoriscono l’eliminazione dei sali contenuti in eccesso nell’organismo.

Non è vero che il calcio presente nell’acqua non sia assorbito dal nostro organismo.

La capacità dell’intestino di assorbire il calcio contenuto nell’acqua è simile a quella del calcio contenuto nel latte e nei prodotti lattiero-caseari.

Non è vero che il calcio presente nell’acqua favorisca la formazione di calcoli renali.

Le persone predisposte a formare questo tipo di calcoli devono bere abbondantemente e ripetutamente nel corso della giornata, senza temere che il calcio contenuto nell’acqua possa favorire la formazione dei calcoli stessi: anzi, le acque minerali ricche di calcio possono costituire al riguardo un fattore protettivo.

Non è vero che l’acqua gassata faccia male.

L’anidride carbonica presente sia nelle acque naturalmente gassate – sia in quelle in cui è aggiunta -migliora la conservabilità del prodotto.

Quando la quantità di gas è molto elevata, alcuni individui possono presentare qualche lieve sintomo dovuto a preesistenti disturbi gastrici e/o intestinali oppure al temporaneo aumento di pressione a livello dell’apparato gastrointestinale.

Non è vero che bere acqua fredda faccia male.

Anzi, quando è caldo dona anche un senso di piacere; l’importante è berla lentamente per evitare congestioni.

Non è vero che uno o due bicchieri di acqua tiepida bevuti a digiuno purifichino l’organismo.

Non arrecano sicuramente danno ed entrano nel bilancio idrico dell’organismo, ma non esistono solide evidenze scientifiche a favore dell’effetto depurativo di questa pratica.

Non è vero che le acque a basso contenuto di sodio siano utili per chi soffre di ipertensione.

La quantità di sodio contenuta nell’acqua è talmente bassa che la sua assunzione è pressoché irrilevante per la salute.

Non è vero che si perde acqua solo quando fa molto caldo.

Quando fa molto freddo l’aria che inspiriamo è particolarmente secca, tuttavia noi espiriamo comunque aria umida, quindi perdiamo comunque acqua attraverso la respirazione.

Fonti e approfondimenti:
www.crea.gov.it/web/alimenti-e-nutrizione/-/linee-guida-per-una-sana-alimentazione-2018

La dieta del post-Covid-19

La dieta del post-Covid-19

La dieta del post-Covid-19, Attualmente, è evidente che gli operatori sanitari dovrebbero occuparsi dello stato di salute generale dei sopravvissuti al COVID-19.

Infatti, nuovi risultati hanno identificato la sindrome post-COVID-19, che è caratterizzata da malnutrizione, perdita di massa magra e infiammazione di basso grado.

Inoltre, il recupero potrebbe essere complicato da una compromissione funzionale persistente (ad es. affaticamento e debolezza muscolare, disfagia, perdita di appetito e alterazioni del gusto/odore) nonché da disagio psicologico.

Al di là degli effetti sui polmoni, c’è ora una crescente conoscenza dell’interazione tra metabolismo cellulare e infezione virale, che causa effetti deleteri sullo stato infiammatorio, sul controllo della glicemia e sulla pressione sanguigna.

D’altra parte, ci sono prove crescenti che l’obesità e le sue complicanze (ossia sindrome metabolica, insulino-resistenza e diabete di tipo 2) sono significativamente associate alla suscettibilità e alla gravità dell’infezione da COVID-19.

Di conseguenza, molteplici fattori sono coinvolti nella prognosi e nel recupero dalle infezioni da COVID-19.

Le malattie acute e le complicanze causate da COVID-19 sono state ampiamente studiate.

Tuttavia, entro la metà del 2020, molti studi hanno riportato che i pazienti lamentavano la persistenza dei sintomi per settimane dopo la malattia acuta.

Attualmente, questa condizione è nota come sindrome post-COVID-19 ed è generalmente definita come “la persistenza di segni e sintomi che si sviluppano durante o dopo un’infezione coerente con COVID-19 che si protraggono per più di 12 settimane e non sono spiegati da una diagnosi alternativa”.

Più in dettaglio, la sindrome post-COVID-19 è caratterizzata da una combinazione di sintomi, principalmente affaticamento e disturbi del sono.

Altre caratteristiche comuni sono:

  • dispnea
  • dolori articolari
  • ansia
  • umore depresso
  • disfunzione cognitiva
  • dolore toracico
  • tromboembolia
  • caduta dei capelli
  • malattia renale cronica.

Oltre agli effetti organo-specifici, è noto che l’infezione da COVID-19 causa un grave atrofia muscolare catabolica.

Infatti la significativa infiammazione sistemica ha effetti negativi sulla sintesi proteica muscolare e vi è un aumento della domanda nutrizionale, che è difficile da soddisfare a causa della perdita di appetito, gusto e olfatto causata dall’infezione da COVID-19.

Pertanto, la massa muscolare scheletrica e la perdita di funzionalità (sarcopenia), combinate con una scarsa assunzione a causa di fragilità, umore basso e cambiamenti nel microbioma intestinale, hanno portato a un’elevata prevalenza di malnutrizione.

La malnutrizione di per sé influisce sul recupero di tutti gli altri sistemi colpiti dalla sindrome post-COVID-19, quindi è una componente chiave che deve essere affrontata.

Di conseguenza, i nutrizionisti possono svolgere un ruolo cruciale sia nell’insorgenza precoce della sindrome post-COVID-19 che nel follow-up dei pazienti per migliorare i risultati.

La sarcopenia è una condizione progressiva e generalizzata che causa la perdita di massa e funzione muscolare.

Questo disturbo determina riduzione della forza, insufficienza muscolare scheletrica o insufficienza.

Mantenere una massa muscolare e una forza sufficienti è importante per una vita sana.

È noto che la sarcopenia acuta si verifica durante COVID-19, specialmente nei pazienti più anziani, con implicazioni dirette per la funzione e il recupero post-COVID-19.

Una recente revisione sistematica e meta-analisi, che ha valutato gli interventi nutrizionali per migliorare la massa muscolare, la forza muscolare e le prestazioni fisiche nei soggetti più anziani, ha concluso che l’integrazione proteica in aggiunta all’allenamento di resistenza può essere utilizzata per aumentare la massa muscolare e la forza muscolare.

Secondo questa recensione, il fabbisogno minimo giornaliero di proteine per soggetti anziani sani è di 0,83 g di proteine di buona qualità per chilogrammo di peso corporeo al giorno.

Il fabbisogno energetico per i pazienti con sindrome post-COVID-19 dipende dal loro effettivo stato nutrizionale.

La maggior parte delle persone ha sperimentato una riduzione di peso involontaria durante l’infezione da COVID-19, a causa dell’aumento dell’infiammazione, della perdita di appetito legata ad alterazioni del gusto/odore e dei disturbi della deglutizione.

Inoltre, i pazienti potrebbero presentare sazietà e pienezza precoci dopo aver mangiato e bevuto.

Pertanto, è importante correggere lo squilibrio tra dispendio energetico e assunzione di energia.

Oltre alla stima del fabbisogno energetico individuale (in base all’età, al sesso e al peso), i pazienti possono essere consigliati in merito a strategie pratiche per aumentare l’assunzione di cibo, come consumare pasti più piccoli e più frequenti (sei pasti/giorno, spuntini ogni 3 ore), bere lontano dai pasti per evitare la sazietà precoce e limitare cibi o bevande etichettati come “leggeri”, “pochi grassi” o “poche calorie”.

Il fabbisogno proteico dovrebbe essere maggiore nei pazienti con sindrome post-COVID-19 per migliorare la sarcopenia ed evitare un ulteriore spreco di massa muscolare.

Si dovrebbe raccomandare ai pazienti di includere proteine di alta qualità, sia di origine vegetale che animale, e di consumare 15-30 g di proteine/pasto, a seconda del peso corporeo, per garantire l’assunzione di tutti gli aminoacidi essenziali, che potrebbero esercitare un’azione anti-effetto infiammatorio.

Inoltre, alcuni studi hanno suggerito che il consumo di proteine durante il giorno potrebbe prevenire l’autofagia.

Pertanto, potrebbe essere utile includere una fonte proteica ad ogni pasto e spuntino.

Per quanto riguarda l’assunzione di grassi, si dovrebbe consigliare un’assunzione giornaliera di 1,5–3 g/die di acidi grassi omega-3 (acido eicosapentaenoico e acido docosaesaenoico) per migliorare l’infiammazione.

È interessante notare che è stato dimostrato che gli acidi grassi omega-3 potrebbero inibire la replicazione virale dei virus avvolti, come il COVID-19, riducendo eventualmente il rischio di nuove infezioni.

Inoltre, il consumo di olio extravergine di oliva dovrebbe essere aumentato per fornire un adeguato apporto di acidi grassi monoinsaturi, tocoferoli e polifenoli, che hanno dimostrato proprietà antinfiammatorie e antiossidanti.

Infine, l’assunzione totale di carboidrati non è una preoccupazione importante nei pazienti con sindrome post-COVID-19.

Tuttavia, è altamente raccomandato il consumo di fonti di carboidrati a basso indice glicemico.

Infatti, l’assunzione di alimenti ad alto indice glicemico è stata associata ad un aumento dell’infiammazione e dello stress ossidativo.

Inoltre, l’assunzione di fibre viscose e fermentabili (es. β-glucani e arabinoxilani da cereali integrali, pectine da frutta, verdura e legumi) dovrebbe essere aumentata in virtù del suo effetto prebiotico nei confronti dei batteri produttori di butirrato, che è stato associato a una riduzione infiammazione nell’ospite.

La dieta mediterranea è caratterizzata da molti composti bioattivi con attività antinfiammatoria e antiossidante (acidi grassi monoinsaturi e omega-3, e vitamine, minerali e fitochimici, rispettivamente).

In effetti, diversi studi hanno confermato gli effetti antinfiammatori e immunomodulatori di una dieta mediterranea su diverse malattie associate all’infiammazione cronica di basso grado.

È interessante notare che gli studi osservazionali hanno evidenziato un’associazione tra l’aderenza alla dieta mediterranea e migliori risultati nei pazienti con COVID-19 (mortalità, tasso di guarigione) nonché il rischio di infezione da COVID-19 in diverse popolazioni.

Pertanto, si consiglia di consumare più alimenti a base vegetale (frutta, verdura, cereali integrali e legumi), proteine animali di alta qualità (pesce, carne magra, pollame, uova e formaggi magri) ed extravergine l’olio d’oliva come principale fonte di grasso.

Infine, un’adeguata idratazione (30 ml/kg di peso corporeo effettivo) è importante per il completo recupero dei pazienti con sindrome post-COVID-19.

Pertanto, questi pazienti dovrebbero aumentare l’assunzione giornaliera di liquidi (2,5-3 L/die) consumando:

  • acqua
  • latte
  • succhi di frutta
  • brodo
  • bevande sportive
  • caffè
  • tè.

In conclusione la dieta mediterranea potrebbe essere una strategia utile per raggiungere questo scopo.

Integratori e nutraceutici dovrebbero essere consigliati nei pazienti malnutriti e carenti, e in quelli che non aderiscono alle raccomandazioni nutrizionali per complicazioni fisiche durature legate alle infezioni da COVID-19.

Fonte:
https://www.mdpi.com/2072-6643/14/6/1305

Celiachia ed ipertransaminasemia

Celiachia ed ipertransaminasemia

Celiachia ed ipertransaminasemia. La celiachia (CD), nota anche come enteropatia sensibile al glutine o sprue celiaca, è definita come un’intolleranza permanente al glutine ingerito (i componenti proteici di deposito di grano, orzo e segale).

Questa intolleranza alimentare, la cui prevalenza è molto alta nella popolazione generale (1 persona su 100-150), è oggi considerata come il risultato di una complessa interazione tra fattori intrinseci ed estrinseci.

Contrariamente alla maggior parte degli altri disturbi del sistema immunitario, il fattore scatenante (gliadina), una stretta associazione genetica (antigene leucocitario umano -DQ2 o HLA-DQ8) e l’autoantigene specifico (transglutaminasi-tTG tissutale) è ben noto.

Sebbene il CD sia definito dalla lesione dell’intestino tenue e dal conseguente malassorbimento, più recentemente è stato riconosciuto che è un disturbo multisistemico che può interessare altri organi, come il sistema nervoso, le ossa, la pelle, il cuore e il fegato.

Sono stati descritti diversi disturbi epatici associati alla celiachia.

L’ipertransaminasemia isolata con alterazioni istologiche non specifiche in una biopsia epatica è la presentazione epatica più comune della celiachia.

Una dieta priva di glutine normalizza gli enzimi epatici e i cambiamenti istologici nella maggior parte dei pazienti.

La celiachia è una malattia infiammatoria intestinale cronica che si manifesta in individui geneticamente suscettibili quando esposti al glutine alimentare. Le anomalie epatiche sono manifestazioni extraintestinali comuni nei pazienti con malattia celiaca e vanno da un lieve danno epatico a una grave malattia epatica.

  • La prevalenza dell’ipertransaminasemia nei pazienti con malattia celiaca varia tra il 15% e il 61%, con la prevalenza più alta osservata nei bambini.
  • Al contrario, la prevalenza della celiachia nei pazienti con ipertransaminasemia inspiegabile è del 10%, un risultato che giustifica lo screening per la celiachia in tutti i pazienti con risultati anormali dei test biochimici del fegato.

Un’associazione tra malattia celiaca e danno epatico criptogeno è stata segnalata per la prima volta nel 1977, scoprendo che il 40% degli adulti con malattia celiaca incipiente aveva un aumento delle concentrazioni sieriche di transaminasi.

Un anno dopo, Farre et al. hanno riportato un aumento delle aminotransferasi sieriche in circa un terzo dei pazienti pediatrici con malattia celiaca.

I meccanismi alla base del danno epatico nella malattia celiaca sono poco conosciuti.

Gli aumenti delle aminotransferasi sieriche si normalizzeranno con la rimozione del glutine dalla dieta, questo suggerisce una relazione causale tra assunzione di glutine/danno intestinale e danno epatico.

La permeabilità intestinale è aumentata nella malattia celiaca; questo è correlato o all’infiammazione dell’intestino o all’induzione della secrezione di zonulina, un regolatore delle giunzioni strette.

I pazienti con malattia celiaca e ipertransaminasemia mostrano un aumento significativo della permeabilità intestinale rispetto a quelli con test epatici normali.

L’aumentata permeabilità intestinale osservata nel contesto della celiachia può facilitare l’ingresso di tossine, antigeni e sostanze infiammatorie (citochine e/o autoanticorpi) nella circolazione portale, e questi mediatori possono avere un ruolo nel coinvolgimento epatico osservato nei pazienti con malattia celiaca.

Gli autoanticorpi diretti contro il cosiddetto antigene celiaco (transglutaminasi tissutale) sono presenti nel fegato e in altri tessuti extraintestinali nella malattia celiaca, aumentando la possibilità di un ruolo patogeno per le risposte immunitarie mediate dall’umorale nel danno epatico osservato nella malattia celiaca.

Il quadro clinico della celiachia è polimorfico, è caratterizzato da vari sintomi/segni intestinali:

  • diarrea
  • stipsi
  • gonfiore
  • dolore addominale

ed extraintestinali

  • stanchezza
  • anemia
  • stomatite aftosa
  • osteopenia/osteoporosi
  • aborti ricorrenti
  • ipertransaminasemia

o dall’assenza di qualsiasi sintomo nella maggior parte dei casi.

I criteri diagnostici sono stati recentemente rivisti, ma i due elementi più rilevanti rimangono la sierologia e la biopsia dell’intestino tenue.

Gli anticorpi anti-transglutaminasi e gli anticorpi endomisio della classe IgA mostrano la più alta accuratezza diagnostica per la celiachia, mostrando una sensibilità molto elevata (fino al 98%) e specificità (dal 90 al 99%).

La biopsia dell’intestino tenue che mostra diversi gradi di danno della mucosa che vanno dalla mucosa piatta a lievi lesioni intestinali, che inducono caratteristicamente atrofia dei villi e iperplasia della cripta è ancora considerata il gold standard diagnostico negli adulti, mentre nei bambini e negli adolescenti la Società Europea di Gastroenterologia Pediatrica, Epatologia e Nutrition ha recentemente proposto che la diagnosi di celiachia possa essere accettata senza la necessità di biopsia duodenale in casi selezionati che mostrano anticorpi anti-transglutaminasi ad alto titolo (> dieci volte il limite normale superiore), confermati da anticorpi endomisio e HLA-DQ2 e/ o positività -DQ8.

Livelli sierici elevati da lievi a moderati (meno di 5 volte il limite superiore della norma) di aspartato aminotransferasi e/o alanina aminotransferasi sono la manifestazione di laboratorio più comune e spesso unica di danno epatico nei pazienti con malattia celiaca.

Mentre i risultati ecografici variano da un’ecostruttura epatica normale a grossolana/eterogenea, a seconda del grado di danno epatico.

Una dieta priva di glutine porta alla normalizzazione delle transaminasi sieriche e ai cambiamenti istologici del fegato nel 75-95% dei pazienti con malattia celiaca, di solito entro un anno dalla buona aderenza.

In quei pazienti con aumenti persistenti nonostante una buona compliance all’esclusione del glutine, dovrebbe essere studiata un’eziologia alternativa.

Fonte: 10.11604/pamj.2022.41.27.29084

Diabete mellito di tipo 2

Diabete mellito di tipo 2

La prevalenza globale del Diabete mellito di tipo 2 (T2D) sta aumentando rapidamente, parallelamente all’aumento dell’obesità, alla riduzione dell’attività fisica / adozione di uno stile di vita sedentario e ai cambiamenti nella dieta verso comportamenti alimentari errati.

Pertanto, l’attuazione di efficaci strategie di prevenzione del T2D, nonché programmi di individuazione precoce è di fondamentale importanza per ridurre l’onere sanitario della malattia.

Per prevenire l’insorgenza di T2D in tenera età e ridurre il rischio per tutta la vita di ottenere T2D, è stato riconosciuto che la selezione ottimale di cibo e fattori dietetici svolgono un ruolo critico.

Diversi studi hanno mostrato che i cereali integrali erano associati a un minor rischio di T2D, mentre la carne rossa, la carne trasformata e le bevande dolci con zucchero (SSB) erano associate ad un aumentato rischio.

Modelli alimentari sani valutati da approcci basati su ipotesi come il punteggio della dieta mediterranea, l’indice sull’alimentazione sana, l’indice sull’alimentazione sana alternativa e il punteggio dietetico DASH sono stati associati a un ridotto rischio di T2D.

La complessa relazione tra dieta e salute, affrontata attraverso questi schemi dietetici, è un promemoria del fatto che gli esseri umani non consumano nutrienti ma piuttosto una miscela di singoli alimenti.

Concentrarsi sui gruppi alimentari, quindi, può aiutare a comprendere il ruolo dei fattori dietetici sul rischio di sviluppare T2D a un livello che potrebbe essere più facilmente comunicato al pubblico e potrebbe costituire la base per raccomandazioni dietetiche per prevenire le malattie croniche.

Questi i gruppi alimentari che sono stati esaminati:

  • cereali integrali
  • cereali raffinati
  • verdure
  • frutta
  • noci
  • legumi
  • uova
  • latticini (latte, formaggio, yogurt)
  • pesce
  • carne rossa
  • carne lavorata e bevande zuccherate.

Il consumo ottimale di alimenti a rischio ridotto (2 porzioni / giorno di cereali integrali; 2-3 porzioni / giorno di verdure; 2-3 porzioni / giorno di frutta; 3 porzioni / giorno di prodotti lattiero-caseari), comporta una riduzione del 42% rispetto ad un non consumo di questi alimenti.

  • La massima riduzione del rischio di T2D in termini di porzioni potrebbe essere osservata per i cereali integrali; 50 g / giorno sono stati associati ad una riduzione del rischio del 25% rispetto al mancato consumo di questo gruppo alimentare.
  • Aumentando il consumo giornaliero di alimenti con relazione inversa al rischio di T2D oltre 2 porzioni di cereali integrali (60 g / giorno), 2-3 porzioni di frutta e verdura (160-240 g / giorno rispettivamente), e 3 porzioni di prodotti lattiero-caseari (400-600 g / giorno) non ridurranno ulteriormente il rischio.
  • Un consumo di alimenti ad alto rischio di 2 porzioni / giorno di carne rossa (170 g / giorno), 4 porzioni / giorno di carne trasformata (105 g / giorno), 3 porzioni / giorno di SSB (750 ml / giorno) e 1 porzione / giorno di uova (55 g / giorno) è associato a un triplice aumento del rischio di T2D, rispetto al mancato consumo. Non consumare questi alimenti ridurrebbe il rischio di T2D di circa il 70%. La massima riduzione del rischio per porzione può essere ottenuta riducendo la carne rossa e trasformata e il SSB.
  • Nel loro insieme, è stata segnalata un’associazione inversa tra prodotti lattiero-caseari, frutta, cereali integrali e T2D, nonché un’associazione positiva tra carne rossa e trasformata, SSB e rischio di T2D.
  • Nessuna associazione lineare significativa per l’assunzione si potevano trovare uova, pesce, noci, verdure e cereali raffinati.
  • Una assunzione di cereali integrali è stata associata a minori concentrazioni di glucosio a digiuno e insulina. Numerosi nutrienti e sostanze fitochimiche come fibre solubili, amido resistente, acido fitico, magnesio, zinco, selenio e potassio potrebbero mediare l’effetto di cereali integrali.
  • Vi sono prove evidenti che il consumo di bevande dolci zuccherate (SSB) è associato all’aumento di peso e all’obesità negli adulti. Gli zuccheri in di queste bevande aumentano notevolmente i livelli di glucosio nel sangue e hanno un indice glicemico elevato, che rappresenta un fattore di rischio per T2D. Il fruttosio, contenuto nelle SSB promuove la lipogenesi epatica e favorisce l’insulino-resistenza. Potrebbe esserci anche un ruolo specifico di questo tipo di bevanda per compromettere la regolamentazione altrimenti funzionante della fame e della sazietà.
  • Esistono prove coerenti che la carne rossa e trasformata è associata al rischio di T2D.
  • È stata anche osservata un’associazione inversa tra consumo di frutta e verdura e T2D. Le potenziali prove meccanicistiche si basano principalmente sul contenuto di fibre, che ha dimostrato di migliorare la sensibilità all’insulina e la secrezione di insulina per superare la resistenza all’insulina. Inoltre, l’assunzione di frutta e verdura influenza indirettamente il rischio di T2D prevenendo l’aumento di peso e il rischio di adiposità.
  • Vi sono prove che i prodotti lattiero-caseari, in particolare quelli che sono fermentati, sono associati a un ridotto rischio di adiposità. Inoltre, nello studio EPIC-Interact (Lancet Diabetes Endocrinol. 2014; 2 (10): 810–818), è stata osservata una forte relazione inversa tra acidi grassi saturi, principalmente presente nei prodotti caseari e rischio di T2D. Quindi, in sintesi, meglio bere latte e yogurt che mangiare troppi formaggi.

Il consumo ottimale di cereali integrali, verdure, frutta e prodotti lattiero-caseari e il non consumo di carne rossa, carne trasformata, SSB e uova è stato associato con un rischio ridotto dell’81% di T2D.

L’impatto sul rischio T2D è stato maggiore per il non consumo di carni rosse e trasformate, SSB e uova (triplice aumento del rischio) rispetto al consumo di cereali integrali, prodotti lattiero-caseari, frutta e verdura (riduzione del rischio del 42%).

La riduzione di SSB offre una delle strategie più importanti per ridurre l’onere globale di T2D.

Il consumo di SSB può essere facilmente sostituito dall’acqua.

In linea con questo approccio vi sono strategie di sanità pubblica per aumentare i costi di questo alimento riscuotendo tasse o introducendo un’imposta sullo zucchero delle SSB, che è stata attuata in diversi paesi tra cui paesi europei, diversi stati degli Stati Uniti e Messico.

Un’altra strategia per ridurre l’incidenza di T2D potrebbe essere quella di incoraggiare le diete vegetariane.

In linea con quanto esposto l’assunzione di carni rosse e trasformate dovrebbe essere il più bassa possibile.

In conclusione, tra i gruppi alimentari studiati, la selezione di assunzioni ottimali specifiche (aumentando cereali integrali, verdure, frutta e prodotti lattiero-caseari e riducendo carni rosse e trasformate, SSB e uova) può portare a un notevole cambiamento nel rischio di T2D.

Tratto da: Schwingshackl L. et al. Food groups and risk of type 2 diabetes mellitus: a systematic review and meta-analysis of prospective studies. Eur J Epidemiol . 2017; 32 (5): 363–375.